Alessitimia: il congelamento delle emozioni

di Luca Giordani


L’alessitimia rappresenta una difficoltà a sentire e modulare i propri sentimenti, a parlare e pensare su affetti ed emozioni proprie ed altrui. Le persone alessitimiche hanno una relazione con sé e con il mondo esterno che esclude il riferimento agli stati emotivi.

L’avvento di Internet, l’uso diffuso di smartphone e social network hanno esponenzialmente aumentato la possibilità di parlare di sé. Purtroppo, le modalità e il linguaggio con cui tipicamente si veicolano le comunicazioni attraverso questi media presentano diversi aspetti problematici.

Il primo difetto è intrinseco al funzionamento di tutte le comunicazioni a distanza. L’apertura e la comunicazione profonda nell’uomo si realizzano anche attraverso l’espressione delle emozioni, nei gesti, nelle espressioni facciali, nella postura, nell’attivazione motoria; in una parola mediante il “corpo”. Sono proprio questi segnali, piuttosto che le parole, a trasmettere il senso più veritiero dei significati mediati dai segni linguistici; esiste un livello di codificazione motoria delle dinamiche affettive nel corpo e nel volto, inaccessibile al controllo volontario e per questo difficile (se non impossibile) da mascherare.

Ma la comunicazione emotiva e di sé a distanza (attraverso internet) si svolge in assenza del corpo e resta di conseguenza un rapporto amputato. Purtroppo, nella comunicazione su internet, mediante social media e messaggi con smartphone, si aggiunge comunemente una sconcertante povertà delle sfumature, della precisione, della profondità e delle articolazioni del discorso di sé e del racconto delle emozioni (che tentiamo di ovviare attraverso le emoticon).

Ma cosa rischiano con l’uso consistente o con l’abuso di questi strumenti le persone che soffrono già di un disturbo della comprensione e dell’espressione delle emozioni come l’alessitimia? L’alessitimia, disturbo della regolazione affettiva caratterizzata da una capacità ridotta di identificare e analizzare le emozioni proprie e degli altri, si accompagna anche con un’evidente incapacità di esprimere le proprie emozioni e di entrare in empatia con la dimensione affettiva dell’altro.

Conseguentemente, il soggetto con alessitimia, ha grosse difficoltà sul piano sociale e relazionale in quanto non è in grado di produrre comunicazioni dotate di valore affettivo, ovvero ciò che conferisce spessore ed evidenza all’oggetto della comunicazione e che consente agli altri di corrisponderla. Da qui, a maggior ragione, l’enorme fatica che incontrano questi individui a stabilire e alimentare relazioni che abbiano una connotazione emotiva adeguata.

Una delle strategie disfunzionali, che spesso la persona alessitimica mette in atto per tentare di regolare le emozioni nell’ambiente in cui vive, è quella di  attuare comportamenti compulsivi che in molti casi, è stato osservato, consistono nell’uso e abuso di sostanze o di pratiche quali l’uso incontrollato di internet, attraverso le quali il soggetto cerca di far fronte alla scarsa gratificazione ottenuta dalle insoddisfacenti relazioni sociali.

I risultati di alcune ricerche sembrano indicare che la presenza di alessitimia, intesa anche come scarsa intelligenza emotiva, possa far presagire comportamenti legati all’uso compulsivo di internet e social media.

Col tempo, l’uso continuativo di questa comunicazione a distanza, in modo circolare, viene aumentato poiché può rappresentare una risposta rinforzante e compensativa delle mancanti relazioni sociali e in tal modo l’uso di internet e dei social media può trasformarsi in abuso, una forma di dipendenza e diventare problematico.

Si evidenzia, quindi, l’esistenza di una marcata correlazione tra alessitimia e dipendenza da internet. Tuttavia, non si può dire che esista un rapporto di causa-effetto tra alessitimia e uso disfunzionale di internet e social media. Esistono certamente altri fattori che sembrano ricorrere in associazione diretta o indiretta all’alessitimia e all’uso problematico di internet e social media. Vi dev’essere, dunque, una compresenza di fatti o condizioni.

Per riprendere la teoria del cervello tripartito di McLean, nel caso dell’alessitimia vi è una polarizzazione nella “neocorteccia” ed anche in questo caso (come nel bullismo e nel cyberbullismo) vi è l’inibizione oltre-soglia del “sistema limbico”. Anche per l’alessitimia, pertanto, occorre riattivare l’esperienza corporea, assente nella comunicazione attraverso internet e mediante i social, per favorire il sentire emozionale. Ricontattare il corpo per rincontrare le emozioni.

Leggi la teoria del cervello uno e trino di McLean in: Cyberbullismo: lettura di un fenomeno sempre più diffuso

 

Alessitimia e fasi evolutive

Ma perché la persona alessitimica sviluppa una profonda difficoltà a scendere sul piano emozionale? La risposta è sempre nella nostra “freccia del tempo”, cioè nella nostra storia evolutiva. Le fasi evolutive incidono il nostro “carattere” e i nostri tratti caratteriali segnano il nostro modo di essere.

Il carattere comincia a formarsi sin dal nostro Big Bang, quindi sin dalla fecondazione, imprintandosi nei livelli corporei interessati in quella specifica fase evolutiva; ne consegue che il livello predominante interessato nella fase intrauterina è l’addome, in cui il primo scambio biochimico, biologico, relazionale avviene attraverso il cordone ombelicale. È per questo che lo stomaco viene definito il nostro “secondo cervello”, poiché risponde a stati emotivi viscerali e profondissimi.

Il parto, che segna la nascita, è il nostro primo “passaggio”, dalla vita intrauterina a quella extrauterina, e rappresenta la prima grande separazione; il “come” della prima grande separazione riverbererà in tutte le separazioni successive a valenza di nascita.

La fase oro-labiale è la fase dell’allattamento, in cui il circuito alimentare, relazionale ed evolutivo cambia struttura e il livello corporeo interessato è la bocca; lo scambio madre-piccolo cambia strutturalmente, dato che il piccolo ora si alimenta per suzione. Inoltre, questa fase richiede nuove funzioni, come la respirazione, il contatto epidermico e il contatto visivo.

Lo svezzamento, che contraddistingue il passaggio dall’alimentazione per suzione alla nascita dei dentini e l’inizio di un’alimentazione varia, è la seconda grande separazione, che segnerà le nostre modalità di svezzamento future.

Con lo svezzamento si apre la fase muscolare, che si protrae fino all’erotizzazione genitale. Anche in questa fase si modifica la struttura delle funzioni bio-relazionali del piccolo, poiché mezzi appropriati diventano l’alimentazione per masticazione, la prensione, la stazione eretta, l’acquisizione della deambulazione e del controllo sfinterico, l’evoluzione del pensiero e del linguaggio. Lo svezzamento segna l’individuarsi dell’Io e questa fase la definiamo muscolare perché è ciò che risalta ed è prevalente in questo periodo evolutivo, in cui vi è la dominanza del controllo volontario.

Sviluppata la piramidalità neuromuscolare, il bambino è padrone del proprio corpo e del proprio movimento. Si entra così nella “prima fase genito-oculare”, passaggio di stato dato dall’avvento di una prima erotizzazione genitale che si manifesta nel complesso gioco di attrazioni e rivalità che ora viene a trasformare le dinamiche relazionali all’interno della famiglia di cui il piccolo o la piccola sono parte; è la fase edipica, in cui il piccolo abita il triangolo e la sua affettività è intessuta di movimenti contrastanti di attrazione e rivalità, slanci passionali, sensi di colpa, timore di escludere o di essere escluso. Non è più possibile per lui sistemarsi pacificamente nella simbiosi duale, perché voler instaurare una relazione privilegiata con uno dei due genitori significa voler escludere l’altro.

Si può avanzare l’ipotesi che la prima genitalizzazione nella prima fase genito-oculare, la spinta che investe la zona dei genitali, sia una sorta di prima arcaica pubertà: un’onda si solleva ma non ha la forza sufficiente per condurre all’incontro con l’altro, come succede invece negli altri mammiferi. Nella specie umana la pubertà deve essere rimandata più in là, perché l’uomo e la donna per raggiungere la maturità creativa e comunicativa devono sviluppare altre funzioni, legate allo sviluppo cognitivo, alla coscienza di Sé, che chiamiamo ocularità.

Con la pubertà entriamo nella “seconda fase genito-oculare” in cui c’è una nuova luminazione energetica del bacino che torna ad essere una zona prevalente; questo apre una destrutturazione del precedente equilibrio, il giovane ora si sposta fuori dal campo famiglia e si colloca sempre più nel campo sociale. L’ocularità di questa fase diventa più vasta e include consapevolezza di Sé, delle proprie capacità di posizionarsi in equilibrio dinamico, oscillante tra i vari circuiti funzionali di comunicazione tra Sé ed Altro da Sé precedentemente sviluppati. La maturità può essere descritta come possibilità di relazionarsi con gli altri avendo piena coscienza del proprio Sé che potrà esprimersi anche nella pienezza genitale della sessualità (De Bonis, Pompei, 2015).

Ma che succede nel caso dell’alessitimia? L’affettività è congelata, trattenuta, rimossa. Vi è la difficoltà del sentire emozionale e il corpo rimane l’unico canale di comunicazione emotiva; è proprio attraverso il corpo che “trattengo” l’affettività e la sofferenza e non posso permettermi di scendere in profondità emotiva. Controllo, trattengo, chiudo alle emozioni e questo mediante il “corpo”: è per questo motivo che molte persone alessitimiche sviluppano sintomi psicosomatici. Vi è un congelamento (una fissazione) in fase muscolare che impedisce di scendere ai livelli sottostanti più profondi ed affettivi, ma allo stesso tempo di salire ai livelli superiori, quelli riguardanti l’affermazione di se stessi.

Durante la fase intrauterina e la fase oro-labiale vi è uno scambio affettivo continuo, in cui la funzione materna e paterna è quella di accettazione, protezione e accudimento. Il controllo volontario del corpo in fase muscolare compatta tutto questo e prepara il piccolo ad esprimersi ed affermarsi nelle fasi successive, prima nel triangolo familiare nel corso della prima fase genito-oculare, poi nel mondo durante la pubertà.

La persona alessitimica rimane congelata: “Non posso permettermi di sentire, non posso o non riesco ad affermare me stesso!”. Il corpo trattiene e comunica l’affettività mediante sintomi somatici (cefalee, dolori, eritemi, disfunzioni, gastriti, ecc.) diventando l’unica canalizzazione per “sentire” il dolore. Internet e nello specifico i social network sono strumenti per cercare di ottenere gratificazione relazionale, ma questo dietro uno schermo e senza contatto.

 

Alessitimia e psicoterapia

Una psicoterapia ad orientamento corporeo consente di partire proprio dal corpo per cercare di arrivare ai vissuti emozionali; è chiaro che questo va fatto con cautela e rispettando pienamente i tempi della persona. Non è facile entrare nel suo mondo affettivo, mondo che ha serrato, chiuso, rimosso.

Proprio in virtù del congelamento e della fissazione che predomina il carattere delle persone alessitimiche, la psicoterapia deve dapprima intercettare il dolore (corporeo, dunque, emotivo): dote del terapeuta sarà la cautela ed il rispetto per la persona e dei suoi tempi. Analizzare attentamente il profondo, ma allo stesso tempo sostenere la persona a muoversi verso l’affermazione di sé. In questo modo la persona sperimenterà (a piccole dosi) nuovi modi di essere e di agire, scongelando pian piano la fissazione e potendosi permettere nuove modalità relazionali.

Il corpo è, dunque, primo canale di comunicazione, crea un ponte di contatto e permette un successivo movimento del sé.

 

Bibliografia

– Barbato L., La psicoterapia corporea ed il modello reichiano (prima parte), in “Psicoterapia analitica reichiana. Rivista semestrale della Società Italiana di Analisi Reichiana.”, 1, 2015.

– De Bonis M. C., Pompei M., Come sarà il tuo bambino? Dal concepimento inizia a formarsi il carattere, Alpes, Roma 2015.

– Ferri G. Cimini G., La psicoanalisi nel corpo e il corpo in psicoanalisi, in “Psicoterapia analitica reichiana. Rivista semestrale della Società Italiana di Analisi Reichiana.”, 1, 2012.

– Ferri G., Cimini G., Psicopatologia e carattere, Alpes, Roma 2012.

– Ferri G., Mente incarnata, mente enattiva, mente di tratto, in “Psicoterapia analitica reichiana. Rivista semestrale della Società Italiana di Analisi Reichiana.”, 1, 2016.

– Marcelli D., Braconnier A., Adolescenza e psicopatologia, Edra, Milano 2015.

– Marcelli D., Cohen D., Psicopatologia del bambino, Edra, Milano 2014.

– Paradisi P., Elementi di psicosomatica. Dai modelli interpretativi alla clinica. Un punto di vista post-reichiano, Alpes, Roma 2014.

 

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