Cyberbullismo: lettura di un fenomeno sempre più diffuso

di Luca Giordani


Internet ha trasformato le nostre vite. È molto più semplice scambiarsi informazioni, vi è una notevole accelerazione della comunicazione, maggiore facilità nell’ottenere informazioni, oltre che una riduzione sostanziale delle distanze. Internet ha, perciò, permesso una riduzione del tempo e dello spazio. Il nostro spazio-tempo si è notevolmente accorciato; tutti gli individui possono rimanere in contatto tra di loro, il mondo è diventato molto più piccolo e la comunicazione ha acquistato un canale in più, che in pochissimo tempo si è ormai reso indispensabile.

Lo smartphone è sicuramente una delle invenzioni più rivoluzionarie ed innovative del nostro tempo: nell’arco di pochissimo si è ufficialmente “incorporato” nella nostra cultura (lo smartphone ormai è un’estensione della nostra individualità). Con l’utilizzo degli smartphone, le distanze e i tempi si sono ancor più accorciati. Lo usiamo ovunque e lo teniamo sempre vicino a noi, diventando un oggetto da cui difficilmente riusciamo a separarci e non c’è giorno o posto in cui non lo utilizziamo.

L’avvento dei social network, che consentono anch’essi di comunicare velocemente da e per ogni luogo, ha dato una notevole svolta alla “socializzazione” che, adesso, accade facilmente sul web. Se prima eravamo abituati a conoscere una persona e a coltivare dal vivo la sua frequentazione, adesso tutto accade in rete. Si possono conoscere persone su Facebook, ritrovare vecchie conoscenze ma anche rintracciare persone conosciute da poco, per approfondire grazie a questo portale la loro conoscenza.

Questo ha determinato, senza ombra di dubbio, un cambiamento nella modalità di rapportarsi agli altri; adesso per avere degli amici non bisogna interagirci dal vivo, ma si possono coltivare le frequentazioni più disparate stando comodamente seduti dietro il proprio computer, o ancora meglio, dal proprio smartphone.

Tutti questi meccanismi fanno sì che la nostra voglia di interagire col mondo sia veicolata prevalentemente dalla tecnologia e senza questi strumenti tecnologici ci induce, ormai, una sorta di stato d’ansia.

 

“Abbiamo avuto migliaia di anni di evoluzione per prendere confidenza con le interazioni umane in situazioni a faccia a faccia, ma appena due decenni per il mondo online diffuso su larga scala e ora è il luogo dove si svolge molta dell’interazione umana, con strumenti del tutto diversi (…)

Non solo manca il contatto faccia a faccia, ma c’è anche la distanza fisica, l’incertezza sul pubblico che ci vede e ci ascolta, la percezione dell’anonimato, la mancanza di un feedback immediato e gli strumenti di comunicazione che usiamo si basano principalmente su testo e immagini”.

                                                                                                            – Patricia Wallace –

 

In un mondo dove internet è ormai indispensabile, dunque, quello che più emerge è l’assenza di contatto, di presenza, di interazione corporea. Manca il sentire emozionale generato dalla relazione e dall’unificazione del “corpo-mente”. L’interazione fisica non è possibile, così come non esiste la possibilità di avvalersi dei messaggi non verbali, che sono tanto importanti e che a volte fanno capire molto di più di un messaggio verbale.

Internet può essere definito come un “laboratorio d’identità”. L’ identità rappresenta l’aspetto di Sé, la “forma” del Sé che viene espressa al mondo e che interagisce con esso, cioè l’“Altro da Sé”.

Molte persone cercano spesso di far finta di essere qualcun altro in rete e questo comporta lo sviluppo di un falso Sé, sinonimo di una confusione o non accettazione della propria identità. Nel mondo di Internet, l’identità è solo un concetto perché è impossibile dimostrare fisicamente, Corporal-Mente, la sua presenza.

 

Cyberbullismo

Un fenomeno che si sta diffondendo sempre più a livello internazionale e nazionale nell’odierna società è quello del cyberbullismo, che può essere definito come l’insieme di azioni aggressive, deliberate e ripetute, attuate da uno o più perpetratori, attraverso strumenti elettronici (ad esempio pc, smartphone e tablet), con l’obiettivo di danneggiare e/o isolare uno o più soggetti che non possono facilmente difendersi.

Facendo riferimento alla teoria del “sistema di neuroni specchio” (Rizzolatti et al., 1996), si è dimostrato come questo sistema risulta particolarmente rilevante in ciò che Gallese ha denominato “simulazione incarnata” (Gallese et al., 1996). Quest’ultima è un processo biologico secondo cui quando una persona ne osserva un’altra compiere una determinata azione e/o sperimentare una certa emozione, si attiverebbero in chi osserva non solo le medesime reazioni fisiologiche, ma anche le stesse strutture neuronali (che appunto coincidono con le aree cerebrali del sistema specchio) e, pertanto, tale processo sembra essere alla base della comprensione dei vissuti altrui e in ultima istanza dell’empatia. È proprio per via di tale meccanismo di “simulazione incarnata” che quando vediamo un altro individuo soffrire soffriamo un po’ anche noi, perché nel nostro corpo si innescano tutte quelle reazioni viscerali-motorie-neurali che riguardano anche la persona che stiamo osservando.

Vi è, dunque, l’ipotesi neuroscientifica di un’inibizione a livello del sistema di “neuroni specchio”, che sottende una compromissione della risposta empatica ed una disattivazione del “cervello limbico”, area neuroanatomica responsabile della dimensione emotiva ed affettiva (McLean, 1973).

 

Cervello uno e trino

Secondo il medico statunitense Paul MacLean, quelle tendenze comportamentali in cui si prevede l’aggressione verso tutto ciò che non viene riconosciuto e, pertanto, viene visto come ostile è dovuto ad una eredità di disposizioni regolate dalla stessa, primaria regione cerebrale: il “complesso rettiliano” o R-Complex. Esse includono anche alcune violente reazioni, il controllo del territorio, il formare gerarchie sociali e scegliere i capi. In un’attivazione prevalente delle aree profonde rettiliane, quindi, è impedita la costruzione della relazione con l’altro.

Il “Sistema Limbico” rappresenta un progresso dell’evoluzione del sistema nervoso, perché parti di esso interessano attività primarie (come il nutrimento, il sesso, la cura della prole), altre le emozioni e i sentimenti ed altre ancora collegano i messaggi provenienti dal mondo esterno. Un altro modo di concepire il sistema limbico è vederlo come regolatore dell’R-Complex. In base alle osservazioni sperimentali, tale regolazione sembra essere di natura inibitoria.

La “neocorteccia” o Neo-cortex è la sede del pensiero cosciente, dell’autocoscienza, delle concezioni dello spazio e del tempo, delle connessioni di causalità e di costanza, del pensiero logico-matematico, della razionalità.

L’attività della neocorteccia è influenzata dal sistema limbico e dall’R-complex: “i tre tipi di cervello non sono in alcun senso separati, entità autonome, anche se sono capaci di funzionare in qualche modo indipendentemente” (MacLean 1973b, p. 114).

Ma cosa succede nell’epoca della “rivoluzione digitale”, in cui la quotidianità è pervasa dai nuovi strumenti elettronici, che permettono di nascondersi dietro uno schermo e di non “vedere” direttamente l’altro? Proprio per via del sempre maggior tempo trascorso nel cyberspazio, caratterizzato dalla mancanza di relazioni face-to-face, è possibile che le persone stiano diventando meno abituate ad attivare e ad allenare il loro “sistema limbico”, con la conseguente carenza nel riconoscimento delle emozioni altrui e della risposta empatica.

Alcuni studiosi, infatti, hanno mostrato che i perpetratori di atti aggressivi online manifestano una minor responsività empatica rispetto ai non cyberbulli. Sempre la mancanza di un contatto diretto tra cyberbullo cybervittima sembra essere un elemento importante per spiegare la particolare violenza raggiunta in alcuni casi dalle aggressioni online: il complesso rettiliano diventa predominante e questo lascia spazio a rabbia ed aggressività sadica, senza un equilibrio mediato dal sistema limbico e, quindi, dalle emozioni. La neocorteccia elabora informazioni impregnate di una violenza sproporzionata e la razionalità messa al servizio dell’odio.

Alla luce di tali considerazioni risulta necessario promuovere, già in giovanissima età, attività che consentano di sviluppare le competenze “limbiche”, dunque di allenare la capacità di assumere la prospettiva altrui e di riconoscere e comprendere le emozioni, ponendo le basi per lo sviluppo delle connessioni cerebrali che sottostanno a suddette abilità.

 

Come contrastare il cyberbullismo

Tra le conseguenze psicologiche legate al cyberbullismo vi sono ansia, depressione e nei casi più estremi il suicidio; è risultato pertanto necessario comprendere approfonditamente il ruolo della vittimizzazione connessa al cyberbullismo per la salute mentale, con il fine di offrire un adeguato supporto psicosociale a chi ne viene colpito.

La strategia di contrasto di tali fenomeni dovrebbe essere costituita, quindi, già a partire dalle scuole primarie, da un insieme di misure di prevenzione rivolte agli studenti di varia tipologia, in collaborazione con le famiglie.

In una cooperazione con gli enti e le associazioni territoriali, in un’ottica di sinergia interistituzionale, l’istituzione scolastica è chiamata a mettere in campo le necessarie azioni preventive e gli accorgimenti tecnici e organizzativi per far sì che l’accesso alla rete dai device della scuola sia controllato e venga dagli studenti percepito come tale.

Molti interventi per contrastare il cyberbullismo sono progettati per studenti delle scuole medie e superiori, perché vi è ancora la concezione che l’utilizzo di Internet sia qualcosa che riguardi solo gli adolescenti e gli adulti (anche se sappiamo benissimo che oggi i bambini utilizzano con estrema facilità la tecnologia…), ma purtroppo più si è avanti nell’età più è difficile contrastare tale fenomeno. Perché un intervento sia efficace per contrastare il cyberbullismo deve incominciare già in maniera leggera nella scuola dell’infanzia (materna) e in modo diretto con quella primaria (elementare).

Riteniamo fondamentale la promozione, a tutti i livelli, di attività che coinvolgano socialmente bambini, ragazzi e adulti, e che stimolino le competenze affettive, emotive ed empatiche. Non solo, l’assenza di contatto e il distacco dall’esperienza corporea, caratteristica principale delle cyberelazioni, sembra favorire l’espressione disorganizzata della rabbia, esternata in maniera esplosiva e distruttiva, che prende le sembianze di aggressività sadica. Il ritorno all’esperienza corporea e all’educazione emozionale può, dunque, incoraggiare la manifestazione di comportamenti empatici e di vissuti affettivo-emozionali nei confronti dell’altro.

Concludo con una mia riflessione: “Concordo con la reintroduzione dell’#educazionecivica a scuola. Ma il prossimo passo è introdurre anche l’#educazioneemozionale… Educare alle #regole va bene, ma i risultati maggiori li avremo soprattutto se si educa all’#empatia. Solo in questo modo non otterremo una semplice #repressione, ma il #sentireemozionale che è molto più evoluto e molto più potente…” 

 

Bibliografia

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– Ferri G. Cimini G., La psicoanalisi nel corpo e il corpo in psicoanalisi, in “Psicoterapia analitica reichiana. Rivista semestrale della Società Italiana di Analisi Reichiana.”, 1, 2012.

– Ferri G., Cimini G., Psicopatologia e carattere, Alpes, Roma 2012.

– Ferri G., Mente incarnata, mente enattiva, mente di tratto, in “Psicoterapia analitica reichiana. Rivista semestrale della Società Italiana di Analisi Reichiana.”, 1, 2016.

– Marcelli D., Braconnier A., Adolescenza e psicopatologia, Edra, Milano 2015.

– Marcelli D., Cohen D., Psicopatologia del bambino, Edra, Milano 2014.

– Mazzolini M., Dall’adulto al bambino. Alla ricerca delle tracce infantili, in “Psicoterapia analitica reichiana. Rivista semestrale della Società Italiana di Analisi Reichiana.”, 1, 2014.

– Mead G.H., Mente, sé e società, Giunti, Milano 2010.

– Pompei M., La prevenzione nei momenti di passaggio, in “Psicoterapia analitica reichiana. Rivista semestrale della Società Italiana di Analisi Reichiana.”, 2, 2012.

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